Luigi Orsini, Stelluccia

INTRODUZIONE: Stelluccia nella bit-blioteca

Generalmente, l’inclusione di un testo nell’archivio di una biblioteca (virtuale o fisica che sia) non richiede altre informazioni che la semplice reperibilità – attraverso la consultazione di un catalogo cartaceo, un motore di ricerca, o qualsiasi altro strumento atto a rendere il testo disponibile per chi ne fosse interessato.

Il silenzio che avvolge i perché di un’inclusione è anche una forma di rispetto nei confronti del lettore, il quale, accedendo al testo, esercita il legittimo e motivato diritto a disinteressarsi di qualsiasi ragione, biografica o archivistica, che abbia portato il bibliotecario a optare per l’inclusione del testo nel catalogo.

I testi della bit-blioteca, tuttavia, hanno in questo senso una particolarità: sono frammenti di discorsi che è possibile, almeno in parte, ricostruire. La memoria che concerne questo testo, e ne motiva la presenza in questo archivio, anticipa di almeno un ventennio la nascita dell’associazione.

Erano, infatti, iniziati i preparativi per una rappresentazione di teatro di strada, una festa di benvenuto alla primavera. Alcuni di noi – quelli sicuramente più legati al teatro di parola – copiavano a macchina, fotocopiavano testi, li facevano girare; talvolta li trasformavano in lavoro, improvvisazioni.

Oggi – venticinque anni più tardi – tre persone del gruppo di allora stanno preparando un appuntamento pubblico: è, nuovamente, in occasione del primo giorno di primavera. Casualità? Seduto a una scrivania, con un computer connesso in rete (una volta lavoravamo senza rete) durante la scrittura di un articolo mi torna in mente un verso: “…troppa la crusca, ma poco il cruschello”.

Inizia la ricerca di un testo avvolto nell’oblio, di un autore che all’epoca non era più che un nome trascritto in un’antologia poetica. Gli strumenti di oggi permettono un accesso più rapido alle informazioni (e una connessione costante con le distrazioni). Ciò che non può fare la tipologia o facilità di accesso: alterare la percezione di un testo che non nasconde qualche “difettuccio”, soprattutto in termini di enfasi retorica; ma che possiede il merito – il grande merito – di una  semplicità che è propria delle filastrocche: conduce il lettore nel piccolo universo delle atmosfere create, in quella piccola casetta in cui la vicenda è ambientata.

La solitudine di una “bimba assai bella”, creatura indifesa, orfana, tormentata dagli elementi e che, per sopravvivere, lavora “con l’ago e col filo”, si popola di presenze misteriose. Ogni minaccia si rivela prima come l’immagine di demone contro cui nulla può la volontà umana. Poi, dietro alla paura si rivela la quiete piena di pietà a cui l’uomo può auspicare.

Stelluccia è un testo di chiara impronta religiosa. Attraverso il personaggio di questa sorta di piccola fiammiferaia, Orsini conduce il lettore in una dimensione sempre più simbolica, fino all’inevitabile, luminosa e decadente, chiusura.

Igor, Laura e Stefano. 

Luigi Orsini, Stelluccia

C’era una volta una bimba assai bella
che su la fronte ci aveva una stella.
Babbo era morto, era morta la mamma:
Stelluccia in core teneva una fiamma.
Grande era il monte, piccino l’asilo:
Stella campava con l’ago e col filo.
Lunghe, le trecce…ma chiome di salce!
Bionde?… ma grano, sottesso la falce!
Gli occhi?…La spera tranquilla d’un lago.
Lei?… O Dio, sola, col filo e con l’ago!
Babbo era morto, la mamma era morta.
Buia la notte. “Chi picchia a la porta?”.
Nessuno. È il vento che scuote le fratte;
ma il core piccolo, ohimè, come batte!
O pure è l’acqua che scroscia? “Sono io!
un po’ di pane per grazia di Dio!…”.
Vento, acqua, core…ma dunque chi è?…
“Solo un pochetto, un pochetto per me!”.
Sì, acqua, gelo… ma c’è un lamento
d’uomo, là fuori, tra i fischi del vento!
Babbo era morto, la mamma era morta.
Stelluccia aperse, tremando, la porta.
Oh, come bianca! ma l’uomo era nero
come il mistero d’un fosco pensiero.
Ma poi diceva parole sì care
che quella bimba fu presso a mancare:
parole dolci d’amore e di pianto,
come sa dirle la mamma soltanto,
perché, bambini, dormiate sereni,
quando a cullarvi si schianta le reni.
L’uomo, ecco, siede. La bimba gli dice:
“Troppo di neve coprì la pendice!
Poco il cruschello, ma molta la crusca;
molto si frusta, ma poco si busca!”.
E sì dicendo, un panetto gli diede:
lunga giornata ma corta mercede.
Babbo era morto, la mamma era morta.
L’uomo mangiava: la bimba era assorta,
fra sé dicendo, pian piano, bel bello:
“…troppa la crusca, ma poco il cruschello!”.
L’uomo levossi: ma, giunto a la soglia,
disse: ” Piccina, qual è la tua voglia?…
Dimmi, che brami, piccina gentile?
Vuoi tu collane, perline, un monile,
o un bel palazzo nel mezzo a la valle
con dentro uccelli, pescetti, farfalle?…”.
E lei: “Sapete, che voglia mi punge!
Ma la mia voce tant’alto non giunge…
Or ve lo dico pian piano… così…!”
E glielo disse: e l’uomo nero sparì.
Ecco: e Stelluccia era tanto felice!
Fuor, ne la notte, fiorìa la pendice.
Babbo era morto, la mamma era morta…
Or cos’accade? – S’abbatte la porta…
sgriccian le mura… non c’è più la neve…
Lei sentìa farsi più bianca, più lieve,
sentìa rapirsi su, alto, con l’ale,
in mezzo a tutto un chiarore immortale…
Rivide il babbo, la mamma sua bella…
e poi, sapete? … divenne una stella.

– Luigi Orsini

____________________

L’autore

Luigi Orsini (13 novembre 1873 – 8 novembre 1954) è un poeta, scrittore e librettista italiano. Nato a Imola, in seno una famiglia agiata, frequenta il liceo classico presso la propria città. Si trasferisce poi a Bologna, dove nel 1900, a ventisette anni, si laurea in giurisprudenza.
Presso il capoluogo emiliano conosce, tra gli altri, Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci. Decide di dedicarsi alla letteratura e, nel 1907, debutta come autore di libretti d’opera, ambito per il quale ottiene un discreto successo.
Nel 1911 ottiene la cattedra di Letteratura poetica e drammatica presso il Conservatorio di Milano. Prima di lui, il medesimo incarico era stato assegnato a esponenti di spicco del mondo culturale, quali Emilio Praga e di Giuseppe Giacosa.

Molti scritti di Luigi Orsini sono oggi raccolti nell’«Archivio Orsini», conservato presso la biblioteca del comune di Imola.